“facciamo che tu per finta non mi vedevi”, è una frase tipica e piacevolmente sgrammaticata dei giochi da bambini che, tuttavia, sembra entrata nel modus operandi e nella prassi di governo del nostro territorio.

II PRG vigente di Torino prevedeva grandi interventi e la trasformazione della città postindustriale, oggi, al di là delle valutazioni sulle ragioni e sugli esiti concreti del piano stesso, si può solo prendere atto che il processo si è esaurito e che la città va ripensata. Per la crisi? Certamente ma soprattutto per mancanza di prospettiva programmatica non solo sul futuro della città ma per tutta l’area territoriale che gravita su Torino e dunque gran parte del Piemonte.

La necessità di una revisione del PRG quindi non corrisponde solamente alla diversa collocazione politica della nuova amministrazione, i settori economici — dal settore edile a quello industriale, dagli architetti, urbanisti e professioni tecniche sino al commercio, soprattutto quello più minuto e diffuso — che operano nell’area, lamentano da tempo la mancanza di prospettiva sul quale investire risorse e generare lavoro.
Anche per questo il primo sforzo necessario è quello di superare il limite normativo della cinta daziaria: per farlo bisogna superare anche il “facciamo che tu per finta non mi vedevi”.

Improvvisamente in questo clima di incertezza apri il giornale e scopri che stanno per atterrare gli alieni sulla città: la Cassa Depositi e Prestiti interverrà in modo diffuso sul patrimonio consistente dell’ente con progetti e destinazioni già decisi; la Regione avvia il progetto di Città della Salute con un pacchetto che sembrerebbe blindato; i nuovi centri commerciali stanno concludendo il loro percorso autorizzativo, sia pur con modifiche molto contenute.

L’avvio di nuove trasformazioni urbane ed edilizie pare rispondere agli interessi e alle aspettative degli operatori del settore, ma ci si domanda: chi coordina/coordinerà tutto questo e sulla base di quale strategia e nella direzione di quali interessi?

La prospettiva di revisione del Piano regolatore è ancora nebulosa e proiettata verso tempi lontani, quindi ad oggi non può costituire una soluzione virtuosa ,se non è accompagnata dalla capacità di raccogliere, informare e coordinare le iniziative di trasformazione che provengono dai grandi operatori e di garantire da subito le condizioni di attuazione e la crescita delle trasformazioni minute e di riqualificazione del tessuto delle periferie.

Il nuovo PRG le dovrà rincorrere?

Nell’apparente indifferenza generale e nella lacunosità delle informazioni che provengono esclusivamente dai mezzi di informazione, l’Istituto Nazionale di Architettura (IN/Arch) si domanda:
come le trasformazioni di cui si parla saranno in grado di stabilire relazioni positive tra di loro e con il tessuto della città che le circonda in una logica di redistribuzione delle risorse e di miglioramento della qualità urbana?
Quali effetti potranno ricadere sull’economia locale e sul tessuto degli operatori di settore — progettisti, costruttori, aziende, fornitori di servizi — oggi profondamente indebolito dalla crisi?
Attraverso quali strumenti o procedure di appalto sarà possibile garantire il controllo pubblico sulla qualità funzionale, architettonica, urbana dei nuovi insediamenti?

Tre domande per tre obiettivi di estremo interesse per il tessuto economico e sociale della nostra area territoriale:
— effetti indotti sulla città e sul territorio;
— inclusività e ricadute sull’economia e sul sistema lavoro;
— qualità urbana e architettonica diffusa, perché nessuna attività innovativa e di pregio si insedia in un territorio che non sia accogliente.

Ci sono esperienze virtuose da questo punto di vista in Italia, virtuose anche per le procedure adottate, che hanno garantito l’inclusività del sistema locale senza ridurre l’efficacia degli interventi e senza venir meno alle regole generali, esperienze che hanno visto l’Istituto Nazionale di Architettura (IN/Arch) protagonista nei percorsi adottati.

Forse anche in questa parte del Paese, capace per tradizione di grandi sperimentazioni, che hanno fatto scuola, potremmo definire un percorso virtuoso nuovo, mettendo da parte per una volta il “facciamo che tu per finta non mi vedevi” … anzi proprio questa potrebbe essere la prima innovazione. IN/Arch Piemonte e Nazionale ci sono.

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