Michelangelo Antonioni faceva parte di un gruppo di intellettuali che promulgavano la filosofia esistenzialista: dell’incomunicabilità, dell’impossibilità a superare la malattia dei sentimenti individuali se non tramite la nuova “scienza” psicoanalitica — freudiana e lacaniana — dell’impraticabilità per l’uomo di vivere un’etica egualitaria, paritaria, a causa delle divisioni in caste della società. Un pessimismo alimentato dalla dicotomia dei due blocchi: capitalista e comunista. Tra gli esponenti più in vista di questa cultura ideologica devastante, Jean Paul Sartre, la sua musa Juliette Greco e la moglie Simon de Beauvoir. I principali luoghi d’incontro del Gruppo di Saínt Jermain erano il Café Flore, il Cafè de Le Deux Magots e l’Hotel Luisiana. In questi posti ragionavano di umanesimo ateo, di libero arbitrio in prospettiva relativista, soggettivista e materialista marxiana. Religione obnubilante non differente dalle altre religioni monoteiste dell’uomo che non cerca la sua “salvezza” socraticamente in se stesso, nel silenzio della mente ovvero nell’alterità sensibile; nella speranza che gli arrivi per via evolutiva o per grazia di qualcosa che non può arrivare non essendoci, fuori da Sé stesso, qualcuno che possa inviarla. 

Ma non voglio parlare di questa moda culturale che, figlia delle rivoluzioni democratiche del XVIII sec., ritroviamo ne Il grido (1957), L’avventura (1960), La notte (1961), L’eclisse (1962) (questi tre ultimi film sono a volte citati come la trilogia della malattia dei sentimenti) e Deserto rosso (1964).  

Ma neppure voglio parlare della trama sessantottina anarco rivoluzionaria di Zabrinski Point (1970), il film che Michelangelo Antonioni ha girato interamente negli Stati Uniti. E neppure mettere in discussione l’indubbia grandezza e bravura di Michelangelo Antonioni. Voglio solamente scrivere sull’autore della costruzione che esplode alla fine del film: il visionario utopico architetto urbanista italiano, l’eccellentissimo Paolo Soleri. 

Paolo Soleri, nato a Torino nel 1919, è stato un architetto, scrittore, scultore, urbanista e artista. Dopo gli studi al Liceo artistico dell’Accademia Albertina si laurea presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino nel 1947. Negli anni ’50  Soleri è apprendista a Taliesin West nella scuola studio di Frank Lloyd Wright; Poi docente presso la Facoltà di Architettura di Phoenix, città ove ha sempre abitato e lavorato. Soleri è celebre per aver teorizzato l’Arcologia, un’armonizzazione tra architettura ed ecologia che – sostiene nelle sue numerose pubblicazioni – dev’essere perseguita nella progettazione e nella costruzione delle città. Teorie messe in pratica, fondando e sviluppando una comunità di studiosi ricercatori ingegneri architetti ambientalisti, progettando e costruendo nel deserto dell’Arizona abitazioni sperimentali a zero impatto ambientale. Quindi un architetto, Soleri, dal vissuto che coincide con le idee messe realmente in pratica nella Città ideale di Arcosanti in Arizona abitata da 1600 persone. 

Soleri fu disegnatore infaticabile di città futuribili, fantascientifiche, ma realizzabili. Di lui esistono progetti che si srotolano lungo cinquanta metri. Città abitate da uomini che rifiutano la cultura tecnologica individualista della città (suburbia), chilometrica, distopica. Della casetta mono familiare. I suoi maestri ispiratori furono:  Wright, Le Corbusier e Gaudì e anche Charles Fourier (1732-1837). Influenzato da La Città Lineare (1882) dell’ingegnere Antonio Soria y Mata, dal Piano di Algeri (1935) di Le Corbusier, entrambe opere solo teoriche e dall’unica Città lineare parzialmente realizzata e orgogliosamente abitata il Karl-Marx-Hof di Vienna progettato dell’urbanista Karl Ehn lungo mille cento metri. In Italia Soleri ha progettato la Fabbrica di ceramiche Solimene (1951) a Vietri. Un capolavoro che vale un viaggio.

Nell’ultima scena di Zabriskie Point Antonioni fa esplodere una casa tardo modernista annidata tra le rocce del deserto dell’Arizona. Così il regista spiega in un’intervista a Guy Flatley che è stata pubblicata nel 1970 sul New York Times:

“… Abbiamo affittato la casa originale, quella in cui abbiamo girato gli interni e alcuni degli esterni, ma naturalmente il proprietario non ci avrebbe permesso di farla esplodere. Quindi ne abbiamo costruita un’altra non molto lontano. Credo che il proprietario fosse seduto sulla sua terrazza quando guardò esplodere la ricostruzione che sembrava esattamente la sua casa. Abbiamo usato diciassette telecamere …”

Le case sono due. La Villa di Cave Creek a nord-est di Phoenix, in Arizona progettata da Hiram Hudson Benedict, un protetto di Frank Lloyd Wright, a Scottsdale negli anni ‘50 e ‘60, dove hanno girato gli interni. Mentre gli esterni, simili ma diversi e distopici, sono stati ricostruiti su modello della casa progettata da Paolo Soleri per  distruggerla nell’esplosione.

Cosa avrà voluto dire Michelangelo Antonioni con questa esplosione e perché ha utilizzato come architetto Paolo Soleri? La fine del Mondo moderno e l’inizio di un nuovo mondo Post moderno con il ritorno ad una società arcaica post tecnologica? Boh!

Che piacere parlare di un architetto torinese di grande valore, celebre nel mondo; forse… forse… non sarebbe il caso ricordarlo dedicandogli in città qualcosa?

Questo mi fa venire in mente una dei luoghi slabbrati della nostra città dedicato a un celebre architetto: Piazzetta Mollino. Piazzetta che unita quella adiacente sul retro del Teatro Regio (con il parcheggio con sbarra) è uno dei punti centrali più disastrati della città. Non so chi sia l’architetto che ha progettato il restauro della facciata dell’Archivio di Stato, riduzionista invece che barocca, ormai c’è e ce la teniamo però non capisco la ragione per la quale si debba conservare mantenere l’orribile muro di fondo, retro della Cavallerizza Reale (1740), senza cercare delle soluzioni architettoniche scenografiche e non colgo il motivo per cui in una piazza pedonale si debbano mantenere i marciapiedi asfaltati, la pavimentazione in porfido dissestata. Secondo me è giunto il momento di mettere a posto le cose.Propongo un concorso ad inviti, solo per architetti torinesi, per riqualificare questi due piccoli aulici luoghi cittadini, anche con minimi interventi. Però evitando murales dipinti e affini che a volte vanno sì utilizzati, ma con garbo, per correggere situazioni prospettiche infelici.

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