Recentemente, il collega Franco Lattes ha scritto sul tema di “Torino città universitaria?”: “..Ma quale è il livello effettivo di integrazione tra le politiche di sviluppo messe in atto dai singoli Atenei e quali politiche assume il governo della Città, per garantire una efficace collaborazione tra dinamiche urbane e programmi di sviluppo universitario?..da cui  discende la sua malcelata perplessità conclusiva: “.. Come si interfacciano i due “masterplan” che tracciano le linee di sviluppo degli Atenei nel prossimo futuro e il governo della Città?. Un dubbio più che legittimo, avvalorato dalla storia del rapporto tra atenei e pubblica amministrazione cittadina.

La denuncia del Rettore Ajani (“Dal Lingottino a Tne così cambierà la Torino della conoscenza”, La Repubblica, 15.12.2018) è netta : “..Negli ultimi 30 anni non c’è stata una regia con Palazzo civico sull’occupazione degli spazi. Non si è mai deciso se fosse meglio creare un unico grande campus urbano oppure un sistema multipolare: tutto è stato lasciato al caso…” . Sono affermazioni gravi che tolgono ogni dubbio sul fatto che, in realtà, i due ‘masterplan’ non possono interfacciarsi per il semplice fatto che – pur assumendo talune pubbliche dichiarazioni d’intenti – tali non sono mai stati. La riflessione del Rettore dell’Università è fortemente critica anche sulla realizzazione del recente Campus Luigi Einaudi di Lungo Dora Siena: “..perchè sul Cle è mancata una regia. E’ una bellissima struttura, ecologicamente poco sostenibile, non collegata con il sistema dei trasporti e con spazi interni poco flessibili rispetto alle attuali richieste della didattica” arrivando a concludere che quella che serve, ma manca, è “..una forte sponda politica…”.

La ragione di tale mancanza io credo vada ricercata proprio nell’assenza di un progetto complessivo, territoriale, del ridisegno di Torino comprensivo del potenziale di trasformazione – per quanto ammesso – di cui gli atenei possono rendersi responsabili. Se si va un po’ indietro negli anni (ultimi del ‘900), non si contano i convegni e seminari in cui ci si rese conto del suddetto potenziale. Ricordo i convegni ad Architettura in cui si discettava del rapporto tra città della conoscenza e città multi-centrica in sostituzione di quella mono-centrica e mono-funzionale votata solo all’industria. La ripetuta enfasi si accompagnava alla prospettiva basata su un nuovo concetto -e prassi progettuale- di periferia, da intendersi come riproposizione di nuovi e vitali centri urbani in funzione di riequilibrio dell’intera area metropolitana. In tale obiettivo di riequilibrio, di creazione di nuove, effettive, centralità, il ruolo della dislocazione delle sedi universitarie pareva scontato.

Pareva, tale dibattito, evolutivo rispetto agli indirizzi del Piano Regolatore appena approvato laddove, dopo aver precisato che “…andrà valutata attentamente, sulla base di accurati bilanci sociali di area, la distribuzione dei servizi nel loro complesso , affinchè i nuovi investimenti possano svolgere  una incisiva funzione di riequilibrio territoriale dell’offerta…” (PRG, Progetto definitivo, Relazione illustrativa, Vol. I, pag. 12) e dopo aver riaffermato che “..Il PRG di Torino si pone l’obiettivo di opportunità alternative alle tendenze insediative nell’area centrale, mediante soluzioni strutturali in grado di contrastare l’attrazione della sola area centrale, di alleggerire funzionalmente l’area stessa, di estendere su un settore urbano più ampio gli effetti di “centralità”..” (Idem, Vol. III, pag  50), le nuove centralità vengono però intese e definite come i tre assi (di cui due ‘storici’): l’asse della nuova spina e quello di corso Marche (funzioni di servizio) e quello del Po (loisir).  I capitoli dedicati dal PRG alle ‘Grandi localizzazioni’ e ai ‘Grandi servizi’ non riproposero e non si previde affatto che si strutturassero secondo l’enunciato dei principi teorici della diffusione e riarticolazione delle centralità, concorrenti con quella centrale storica, affermate in precedenza. Anche nel capitolo del Vol. I dedicato a “I servizi per la città. Proposte di Piano” e al successivo paragrafo “Il programma delle utilizzazioni delle aree a servizi”, viene data una indicazione estremamente generica che, sotto il titolo di ‘Attrezzature di interesse generale’,  elenca le attrezzature per: “l’istruzione universitaria, residenza universitaria, casa della musica, biblioteca tecnologica, uffici pubblici, aree per impianti militari, impianti e attrezzature tecnologiche, aree cimiteriali’. Passando al tema più specifico delle “Strutture per l’insegnamento universitario”, giustamente, il nuovo PRG si sofferma sull’alternativa tra conferma della concentrazione dell’Università in Torino e previsione di altre sedi nella regione, con la creazione di uno o più poli universitari su cui, però, il PRG non decide nulla. La conclusione è che viene prospettato il solo riassetto e miglioramento delle sedi esistenti (Idem, Vol. III, pag. 55).

Concretamente, dopo le tante premesse – di principio, di analisi, di vision e armonizzazione urbani – cosa è stato deciso e realizzato in base all’approvazione del Piano del 1995?

Se si escludono la ‘Città della salute’ al Lingotto (zona Sud), trainata però dalla nuova sede degli uffici regionali e le diramazioni verso Grugliasco e Collegno (il caso del ‘S.Luigi’ è una sovrapposizione funzionale dedicata), si è rinunciato al potente fattore costituito dalla opportuna dislocazione delle sedi universitarie per la realizzazione delle tanto enfatizzate centralità che tali strutture avrebbero contribuito in modo decisivo a configurare e sviluppare.

Nell’elenco delle decisioni e operazioni che si andavano assumendo nella loro funzione propulsiva e di catalizzatore delle suddette centralità , il ruolo di rilievo, su tutte, è quello che avrebbero assunto il più che raddoppio del Politecnico, il Campus Einaudi dell’Università, la nuova Biblioteca Civica Centrale e, credo, l’ampliamento degli spazi per Architettura con un campus per la scuola di design e pianificazione. La progettazione della nuova Torino avrebbe potuto fare perno su una diversa, alternativa, articolazione delle sedi universitarie dislocandole nelle periferie degradate della città. A mio avviso,  queste ultime avrebbero ottenuto il ribaltamento della loro situazione di deprivazione e disumanizzazione. Il possibile nuovo progetto urbano che si fosse qualificato per l’innesto della incisiva funzione della formazione e ricerca superiori in ambiti come quello di Falchera, di Vallette,  della tanto nominata ‘Zona Nord’ – con le sue barriere e borgate (di cui si è sempre ricordata la dimenticanza!) – non solo non è mai apparso nel radar degli atenei ma soprattutto in quello del potere politico-amministrativo municipale producendo, quale risultato, un elenco di occasioni mancate.

L’unica eccezione ha continuato ad essere quella di Collegno e Grugliasco, due ambiti tra i meno deprivati della periferia Torinese (non a caso favorita dall’asse di corso Francia) e dal sito di Mirafiori (Torino Sud) con il previsto sviluppo TNE (Torino Nuova Economia) nella prospettiva della cosiddetta ’industria 4.0’ e promosso dalla ricerca universitaria (guarda caso).

Così, queste vaste zone degradate storiche, ancora una volta, hanno dovuto rinunciare a tutta la progettazione e possibile arricchimento nell’attuazione dei servizi che la funzione trainante dei poli universitari avrebbe esercitato. Eppure, oltre agli inevitabili quanto doverosi approfondimento e revisione di tutta la funzione residenziale, sarebbe risultato inevitabile il ripensamento dell’intera mobilità cittadina  (Linea 2 della metropolitana in testa), delle strutture ricettive, dello spettacolo e dell’intrattenimento – per i giovani e non -, del ritrovo, degli spazi per lo studio e la cultura in generale (quindi anche della nuova Biblioteca Civica Centrale), dei servizi per l’infanzia, dello sport, del piccolo commercio di prossimità, degli ambulatori  sanitari, ecc. ecc. Un ripensamento e riprogettazione, finalmente coerenti con tutti i buoni propositi, più volte sbandierati, sulla volontà di riequilibrio della dotazione di opportunità di beni comuni integrati a formare aree urbane autosufficienti, di alto standard e valore sociali.

Il PRG di Gregotti-Cagnardi poteva essere la grande occasione, il punto di svolta tanto atteso ma, al di là del nudo e muto elenco delle sedi universitarie (già esistenti), non ha progettato, non ha pianificato nulla in concreto nel senso che ho precisato. Forse, ipotizzare l’università alla Falchera, il Politecnico alle Vallette, Architettura a Pietra Alta-Rebaudengo, la nuova Biblioteca Civica Centrale all’estremo Nord di Borgo Vittoria erano un’idea ed un impegno troppo radicali, troppo disdicevoli, soprattutto per la classe politica locale che doveva approvarli. Mi risulta che la competenza urbanistica non ci abbia nemmeno provato.

Così,  Torino città della conoscenza’ è quindi rimasta una bella definizione in astratto. Poteva essere un programma per un salto di qualità delle periferie di tutta la città. Ma c’è chi ne ha beneficiato: manco a dirlo, la zona centrale.

Nella foto l’Aula Magna della Cavallerizza Reale a Torino – progetto di A.Magnaghi