Il controllo della terra nasce con Roma, con Numa Pompilio (754-673 a.C.), suo secondo re. La definizione dei confini tra le proprietà dei privati, e tra queste e la proprietà pubblica indivisa, fu sacralizzata al dio TerminusJupiter Terminalis, tramandando fino ad oggi l’uso dello stesso vocabolo. Chi spostava i ‘termini’ era assassinabile, impunemente. Dunque, la statuizione della proprietà privata inizia da qui, secondo due tipologie giuridiche: il dominium (proprietà a tutti gli effetti) e la possessio che indicava il solo utilizzo finalizzato alla coltivazione dei terreni. Vi invito a riflettere, per un attimo, sulla scelta del termine dominium per farvi notare che non di scelta casuale si tratta perché è indubbiamente quello che meglio esprime il connubio proprietà-potere.

Tiberio Gracco (163-121 a.C., sono intanto passati cinque secoli) è stato ammazzato per la sua riforma agraria, il primo vero tentativo di ridistribuzione delle terre ai contadini. Terre in mano ai patrizi, alla nobilitas, la quale fondava, sulla proprietà terriera, i due tipi di rendita (che ancor oggi sostanzialmente si abbinano): quella ottenuta dal lavoro della plebe sui loro terreni e quella che il dominium garantiva per appartenere ai livelli più alti dell’ordinamento civile e militare, a quello di prestigio universalmente riconosciuto e dal quale non recedere.

Il legame dei fondamentali interessi tra rendita e terreni, da allora, in Italia ha continuato, nei due millenni successivi, a condizionare la politica che si è piegata e uniformata a quegli interessi, in tutti i modelli sociali attraversati, dalle ville e curtes longobarde al beneficium (istituito da Carlo Magno e poi sostituito con feudum, diventato a vita, e quindi ereditario, e diventato un diritto, 877 d.C.)  da cui è nato il feudalesimo. E i suoi istituti si conservano in molte regioni europee (soprattutto italiane) fino alla rivoluzione francese.

L’unica altra importante riforma è stata quella, a tutti noi ben nota, tentata da Fiorentino Sullo. Un tentativo coraggioso (basato, lo ricordiamo, sui tre principi: esproprio, urbanizzazione, rivendita, configurando e limitandosi, nel complesso, al cosiddetto ‘diritto di superficie’) ma per certi versi sorprendente, perché, appunto, aveva alle spalle una storia millenaria, consolidata, di uso speculativo della proprietà terriera sia in senso agrario-latifondista sia in senso finanziario-immobiliarista e di esercizio di potere.

Un tentativo, di grande importanza. Se avesse avuto successo, avrebbe cambiato il procedere dello sviluppo economico e civile dell’Italia, non solo sotto il profilo urbanistico ma su quello della coesione sociale urbana, della strutturazione territoriale ed economica di comuni, province e regioni, del paesaggio della nazione e della sua salute geologica. Ma si trattava di un vulnus all’impianto del modello economico capitalistico italiano, con investitori refrattari ad ogni evoluzione razionalizzatrice che prevedesse l’abbandono della rendita da capitale rivelatosi freno, ancor oggi, dello sviluppo di quell’impianto in chiave moderna.

Tornando al richiamo fatto all’età romana, la redistribuzione voluta da Tiberio – e, con diversi procedura e fine, anche dal fratello Caio (che non ha fatto una fine migliore) – era stata indigeribile già allora perché si trattava di sottrarre terreni ai ricchi che se li erano accaparrati – con vari presunti meriti, acquisiti, in genere, nel campo delle conquiste militari – sottraendoli all’ager publicus su cui,  con la riforma, sarebbe stato ripristinato il diritto di uso dei contadini.

Quella del suolo pubblico, della sua preservazione è una delle (poche) possibilità di contrasto e di limitazione all’egemonia della rendita fondiaria. All’interno dell’impianto capitalistico citato, infatti, si possono attivare solo limitazioni e credo che questo sia fondamentalmente il compito del tecnico-politico che interviene con la competenza urbanistica: come volgere a favore dell’interesse pubblico la maggior quota possibile della rendita che si genera per iniziativa pubblica che, altrimenti, andrebbe a vantaggio solo del privato.

Mi pare questo il succo della ‘storia’.

Chi, quali ‘stanze’, esercitano il potere di condizionamento – finanche all’annullamento – delle decisioni dell’assessore, comunque del politico (anche quando coincidente con il tecnico) che, volendo agire nell’interesse pubblico, spesso si trova sconfessato, impedito nell’applicazione delle sue disposizioni (esattamente come è successo settanta e più anni fa a Sullo e quasi quaranta a Torino, al compianto assessore Radicioni)?

Ci sono la stanza del sindaco, del governatore di Regione, del ministro, dell’intero governo e … del grande capitale. Ma tutte queste stanze ubbidiscono ad un inamovibile, irrinunciabile interesse privatistico conservatore, sovraordinato a qualsiasi altra istanza, di illimitata accumulazione della ricchezza per la via della illimitata riduzione del lavoro. La rendita fondiaria è l’emblema del dominium della proprietà privata, rivestendo un ruolo primario. Il potere istituzionale (le varie ‘stanze’) l’ha, a sua volta, sacralizzata per la massimizzazione del profitto traducendo il suolo in oggetto di mercato. 

Non c’è stata (tentativo tattico di Crispi a parte) altra riforma sull’assetto dell’economia fondiaria, ma un grande, inestimabile esempio. Quello di Adriano Olivetti.

Photo Bass Nroll da Flickr.com