Adriano Olivetti ha dimostrato a tutti che quello dell’imprenditore è un ruolo sociale con cui contribuire alla migliore qualità di vita all’interno e al di fuori della fabbrica, al benessere non solo materiale dell’aggregato sociale, dimostrando la propria sensibilità, cultura e condivisione del contenuto, ruolo e finalità dell’urbanistica. Il Consiglio di Gestione che operava all’interno della sua fabbrica, aveva, in genere, potere solo consultivo. Al contrario, aveva parere vincolante per quanto riguardava la ripartizione delle risorse destinate ai servizi sociali da destinare alla collettività. Ha dovuto, però, fondare un suo partito perché nessuno di quelli esistenti, sinistra compresa, si è offerto di portare avanti il suo progetto politico che non prevedeva di lucrare con la rendita parassitaria. Anzi, ridistribuiva il reddito da lavoro: un capitalismo, il suo, umano, con finalità socialiste, da approfondire, di cui verificare la generalizzazione, certo. Ma si è lasciato che si spegnessero la sua voce e il suo messaggio in favore di un capitalismo sempre più disumano per responsabilità della politica ingorda di accumulazione individuale frutto, come sempre, di speculazione collettiva.

Infine, non si può non citare Claudio Napoleoni – famoso il suo “Lotta alle rendite” – grande economista e uomo politico che ha dedicato la vita di studioso al fenomeno delle innumerevoli rendite improduttive, sganciate da qualsivoglia attività lavorativa. Ha imputato alle rendite la distorsione nell’allocazione della spesa pubblica; ha proposto la severa tassazione delle rendite utilizzandone i proventi per ridurre le imposte sulle attività genuinamente produttive e per un profondo ridisegno del welfare state a favore del reinserimento degli emarginati dal processo di cambiamento e ammodernamento; ha reputato insostituibile il ruolo regolatore degli eccessi da parte di uno Stato moderno. Anche le sue sono state parole al vento.

La partecipazione, anche della sinistra, al generoso e pervasivo banchetto della rendita, e la sentenza n. 5 del 1980 della Corte Costituzionale, hanno poi fatto il resto.

L’ultimo esempio – di mia conoscenza – degli effetti della rendita urbana è quello relativo ai ‘Magazzini Generali’ di Verona: 12.000 mq. inizialmente destinati a direzionale pubblico sono stati, di fatto, privatizzati. Al comune è stato riconosciuto un contributo di 17 €/mq. Dedotte spese e oneri, il valore a mq. sarà di oltre 50 volte quanto incamerato dal Comune. Quindi, il rapporto tra la rendita a vantaggio dell’ente pubblico e quella a vantaggio del privato è di 1:50.

Voglio concludere ritornando sulla sentenza n. 5 del 1980 della C. Cost., rilevando che essa fa continuo riferimento all’art 42 della Costituzione che recita: “La proprietà è pubblica o privata [..] La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale”.

Ho riletto varie volte l’articolo rimanendo sempre nel dubbio, laddove assicura la ‘funzione sociale’. Ho indagato sull’interpretazione che ne viene data da giuristi e uomini di legge. Un esempio: “… l’interesse sociale era «preminente sull’interesse individuale e particolare»”; un altro: “… l’interesse privato è subordinato all’interesse della collettività …”. È veramente così evidente? Confesso che tutte le mie perplessità non si sono dissolte neanche con l’interpretazione del compianto Rodotà: … intanto il legislatore costituzionale ha tutelato la proprietà in quanto le ha assegnato una funzione sociale” con cui avrebbe espresso il profondo significato della novità introdotta dalla Costituzione. Purtroppo, il suo elenco dei beni comuni per i quali si è tanto battuto, non ha posto al primo punto il suolo, il territorio, che non è un prodotto del lavoro ma di cui l’uomo dispone la gestione.

No, io scelgo di ritornare all’alternativa – semplice e netta – di possessio contro dominium, tra concessione al privato contro inalienabilità della proprietà pubblica della terra, perché il peccato originale è nel mostro creato con la privatizzazione di ciò che non doveva mai essere privatizzato.

Mi chiedo: se la proprietà privata dei terreni fosse convertita in concessione, cosa cambierebbe? Chi ci perderebbe? Nell’economia reale (quella che sola ci dovrebbe interessare), nulla e nessuno: il contadino continuerebbe a coltivare, l’industriale a produrre, l’impresario edile a costruire sugli stessi suoli, il commerciante a commerciare … Sarebbe, forse, un non secondario impulso all’estensione dell’economia della condivisione, non più zavorrata dal fattore dominante della terra di proprietà esclusiva dei singoli.

Ci perderebbe, sicuramente, l’economia finanziaria, delle rendite, del denaro che produce denaro … Ci perderebbe l’economia virtuale dai grandi, immensi capitali della speculazione globalizzata.

Pertanto, la mia opinione è che tra le tante riforme ‘di struttura’ di cui abbiamo bisogno, forse quella dell’art. 42 della Costituzione è quella prioritaria, correggendo il suo lascito che continua a generare disgregazione e disparità sociali su un bene primario come quello della casa e per affermare, tra i suoi principi fondativi, quello per cui esistono beni non privatizzabili, non alienabili, non mercificabili: la terra, l’acqua e l’aria (per quest’ultima, meglio prevenire).

Nella foto i Magazzini Generali di Verona.